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La carbonara con la panna

30 gennaio 2026
Redazione
Notizia
La carbonara con la panna

e altre cose che ci piacciono

Perché ci piace ciò a cui siamo abituati (anche quando non dovremmo)

«Verdetto: colpevole.»

Questa sarebbe la sentenza pronunciata da un ipotetico tribunale culinario italiano contro chi si fosse macchiato del più imperdonabile dei misfatti gastronomici: preparare, assaggiare e persino apprezzare una carbonara con la panna. Sebbene, per ragioni di palato e di estetica, questo connubio non abbia mai convinto (forse a ragion veduta) il popolo italiano, è diventato un campione di presunta italianità all’estero. Ora, in questa sede, potrebbe parere strano e inutile andare a ricercarne i motivi, dal momento che non porterebbe alcun giovamento al dibattito; in realtà, però, è proprio qui che si cela un elemento fondamentale, esprimibile in una parola: abitudine. La percezione della carbonara con panna come prelibatezza all’estero è ascrivibile al mero dettato del costume. 

Questa idea mi fu suggerita da un caro amico tedesco, durante una delle nostre chiacchierate di fronte a un caffè fumante, unico sollievo dal freddo teutonico. Gli chiesi come potessero i suoi connazionali provare piacere nel mangiare un tale piatto, aspettandomi, non privo di pregiudizi, come risposta un qualche bizzarro apprezzamento per la consistenza liquida o per la delicata sapidità. Ciò che mi disse, invece, mi lasciò molto sorpreso: il piacere, infatti, non era dovuto a una componente interna al piatto, ma al ricordo. Mi descrisse con minuzia come sua nonna preparava con cura quello che, per loro, non era solo un alimento, ma un evento. Non sapeva di sale, ma di calore familiare, di vicinanza e affetto. Un assaggio lo riportava immediatamente alle abitudini che lo avevano cresciuto e che avevano contribuito a farlo diventare la persona che era. 

Alla fine, era vero: a noi piace ciò a cui siamo abituati. Pensiamo al caffè: chi di noi non ha mai provato disgusto al primo assaggio per poi ritrovarsi, anni dopo, a considerarlo un must a fine pasto, addirittura successivo al dolce. Che sia la fine della regola del dulcis in fundo? Non penso che sia questo il caso: penso invece che sia stata l’abitudine ad aver generato il senso di piacere nei suoi confronti. Un altro esempio è quello delle sigarette: il loro odore, inizialmente, allontana ogni umano, ma, tiro dopo tiro, diventa sempre più imprescindibile e oggetto di desiderio spasmodico; oppure la fatica dell’iniziare una nuova attività sportiva che, dopo il tempo necessario al fisico per abituarsi, diventa parte integrante della vita di alcune persone. Effettivamente, anche la storia del pensiero occidentale non è estranea a tale suggestione: Aristotele nella sua Retorica espone proprio l’idea che le abitudini siano piacevoli.[1] Le abitudini, infatti, ci plasmano e ci fanno diventare chi siamo: amanti di caffè; fumatori e fumatrici di sigarette; sportivi e sportive. 

Forse oggi, nella società in cui si ricerca il piacere nei social, trovandolo – per quanto riguarda l’argomentazione e il dialogo – nella lotta gladiatoria, dove i/le combattenti impugnano insulti al posto della spada e ideologie al posto dello scudo, conviene recuperare questa consapevolezza: il piacevole non è dato solo per natura (termine ostico da definire), ma viene plasmato dalle nostre abitudini. Se infatti ci abituiamo a bere il caffè, a correre, ad andare in palestra, arrivando a provare piacere per l’attività in sé e per sé, perché non potremmo abituarci al dibattito civile fondato su argomenti? Conviene considerare che, come nelle attività fisiche precedentemente citate, dopo un momento iniziale, la fatica scomparirà e rimarrà solo il piacere di discutere.

In definitiva, il piacere non è altro che il risultato delle nostre abitudini: se troviamo noioso un confronto ben argomentato e, al contrario, ci entusiasmiamo di fronte a uno scambio di invettive, ciò non dipende dalla natura del dibattito in sé, ma dal modo in cui siamo stati educati ad affrontarlo. Se qualcuno, per mera abitudine, riesce persino a trarre piacere dalla strana commistione di panna e carbonara, tanto più semplice sarà tramutare in diletto l’apparente complessità di un dibattito civile. E se a questo si aggiunge un elemento che va oltre al gusto personale, ovvero il beneficio per la convivenza sociale derivante dall’eliminazione dell’insulto, allora non si può rimanere con l’amaro in bocca.

Articolo scritto da Alessandro Draghi, con la supervisione editoriale di Samantha Lincetto.


[1]  «È dunque necessario che nella maggior parte dei casi sia piacevole l’andare verso ciò che è secondo natura, e ciò soprattutto quando abbiano recuperato la loro natura le cose conformi ad essa; così anche le abitudini sono piacevoli. Infatti, ciò che è per abitudine si verifica come se fosse ormai per natura, in quanto l’abitudine è qualcosa di simile alla natura.» Aristotele, Retorica, 1370 a 3-7. Trad. C. Viano, Laterza, 2021.