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Libertà di parola: dal diritto alla responsabilità

30 gennaio 2026
Redazione
Articolo
Libertà di parola: dal diritto alla responsabilità

«Non dire quello che pensi; piuttosto, fai quello che dici». Non importa se questa massima esista davvero o sia solo una di quelle frasi che circolano di bocca in bocca senza un’origine precisa. Il suo significato è chiaro: conta più l’azione della parola, più ciò che realizziamo di ciò che proclamiamo. L’aforisma suggerisce un cambio di prospettiva, spostando l’attenzione dalla nostra vita interiore al rapporto concreto con gli altri e con il mondo. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che “non dire quel che si pensa” suoni come un invito alla censura, una limitazione del libero pensiero. Ma forse si tratta di qualcosa di diverso: non tanto tacere le proprie idee, quanto tradurle in gesti concreti.

La società contemporanea, per come la conosciamo, ha tra le sue colonne portanti il diritto alla libertà di parola. Le grandi rivoluzioni borghesi hanno usato anche la parola per forzare lo status quo del potere (Francia, USA), portando alla creazione di carte costituzionali democratiche; i totalitarismi hanno invece tentato sempre di soffocarla, per instaurare i loro regimi. Infatti, in Italia, è a seguito del Ventennio fascista che si inserisce esplicitamente, nella nostra Costituzione, il diritto alla libertà di parola, garantito all’articolo 21:

«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione

Tuttavia.
Tuttavia il diritto alla libertà di parola sembra sfuggito di mano, poiché se “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola”, allora tutti, senza distinzione di età, istruzione, classe sociale, retaggio, estrazione, origine, tutti possono esprimere la propria parola, il proprio pensiero, la propria opinione. Tutti, e tutto, senza un discrimine chiaro nel cosa si dice – ovvero, se si tratta di un discorso fondato su studi, informazione, attendibilità – e nel come si dice: affermando, esclamando, declamando, irridendo, domandando. Tale considerazione è dettata da impressioni “mondane”, per così dire, da osservazioni, letture e ascolti catturati al bar di paese, o in pagine social tra le più disparate. Nel primo caso, si preserva una sorta di “anonimato” da piccolo villaggio di campagna, nel secondo l’apparente protezione è data dallo schermo di un computer, o di un telefono, che sembrano legittimare una libertà di espressione ingenua e sregolata. Se il concetto di “libertà di parola” rimane un diritto fondamentale per ogni singolo essere umano, è anche vero che gli strumenti del Terzo millennio – la rete, i social network – lo hanno esasperato nella pratica. Il “diritto alla libertà di parola” non dipende più dal proprio pensiero; oppure sì, ma il pensiero è inficiato da un’audience, e da una esposizione mediatica. Nell’era del diritto di libertà di parola, la parola vive una vita a sé stante, tanto libera quanto sregolata, ribelle a chi l’ha generata e illimitata a causa della mancanza di responsabilità da parte di chi la proferisce; come un figlio o una figlia, lasciata libera di vivere e agire dal suə genitorə, senza indicazioni, né educazione.

Responsabilità.

Uno dei testi filosofici più importanti del Novecento ruota proprio attorno a questa idea: Il principio Responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica di Hans Jonas. Il libro ha un suo percorso rispetto al diritto di libertà di parola: parla di vita, di tecnologia, di presa in carico da parte dell’essere umano, delle decisioni da prendere dal punto di vista etico, e poi medico, economico, sociale. Ma la stessa idea di responsabilità si potrebbe traslare anche nel campo comunicativo, come tentativo di risoluzione di questa hybris libertina dove vale qualsiasi opinione, ma senza confronto né argomenti che le possano sorreggere adeguatamente. L’introduzione del concetto di responsabilità risponderebbe a due domande: quali sono le parole più adatte per esprimere quello che penso? Qual è il modo più consono per esprimermi liberamente, senza prevaricare la libertà degli altri, o per difendere la loro libertà? Il diritto di libertà di parola, in questa epoca incentrata sulla globalizzazione digitale, ha generato suo malgrado un perpetuo solipsismo dei singoli, in cui ogni parlante è un potenziale creatore di slogan non-responsabile della loro creazione, la quale si fa libera di vagare e di essere strumento di manipolazione, di confusione, di revisione, di partigianeria. In quanto epoca della globalizzazione, le parole che vengono proferite dovrebbero tenere conto del contesto globale in cui vengono declamate, dovrebbero tener conto di una “ragione pubblica” e di una “ragione privata”, come distinse Kant nel 1784 nel libello “Che cos’è l’Illuminismo?”. Nel saggio, Kant sottolineò l’importanza, da parte di un soggetto, di avere un proprio pensiero pubblico e un pensiero privato; il primo, libero di poter essere espresso e critico nei confronti della realtà sociale; il secondo, responsabile nei confronti dell’istituzione e del ruolo che il soggetto stesso impersonifica nella medesima società. Questa dinamica tra pubblico e privato è diventata estremamente complessa al giorno d’oggi, a causa della sovraesposizione mediatica alla quale tutti gli individui “social” sono presenti, e al cui ruolo di “individuo social” tutti siamo chiamati a rispondere: il proferire una parola “responsabile” del pensiero di chi la esprime e “responsabile” di come questa viene intesa. Una parola che sia coerente non solo con il proprio pensiero, ma anche con il proprio ruolo, nelle azioni che poi ne conseguono. Ma soprattutto, coerente nel tempo, e che nel tempo argomenti il cambiamento del pensiero sulla base delle dovute e sacrosante causalità. Per questo motivo è auspicabile che non si tratti più, e solo, di un “diritto di libertà di parola”, ma anche e soprattutto di una “responsabilità di libertà di parola”. Perché, tra l’altro, non è necessario che la vita privata degli individui sia interamente nota. Ed è infinitamente meglio, per chi osserva e per chi ascolta, trovare delle parole che collimano con le azioni che vengono conseguentemente portate avanti.

«Fai quello che dici, non limitarti a dirlo». È un principio semplice, quasi banale, ma di responsabilità.

Articolo scritto da Damiano Martin, con la supervisione editoriale di Samantha Lincetto.